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Tre caffè da portare via

Non sono nemmeno le otto del mattino, dall’alto di via Diaz si vede fino al mare, il cielo è ancora rossastro e quello scorcio mi sembra bellissimo ma fa troppo freddo per fermarmi a scattare una foto. Credetemi, sulla fiducia.
“Tre caffè da portare via”, il proprietario del bar mi conosce da sempre eppure mi guarda con la faccia interrogativa, di quello che pensa “io la conosco, ma chi è?”.

È sempre così. Mi conoscono e non sanno chi sono, li conosco ma non so dargli un nome. È casa mia ma sono diventata estranea. Se togli parenti e qualche amico, quelli che conosci da sempre, ex compagni di scuola e amici di famiglia, per tutto il resto sono un’estranea. Nei negozi, dal fruttivendolo, dal macellaio o alla ferramenta o in banca non sanno chi sono e io stessa sono spaesata.

Però mi sento a casa, non so dove comprare una lampadina ma so perfettamente in quale punto di quella salita fermarmi, se vedo macchine davanti a me, per poi ripartire senza difficoltà; non so dove andare se avessi voglia di una pizza ma so perfettamente come affrontare la prima curva della Serpentina. O i rintocchi di Sant’Antonio, sempre uguali, puntuali, ogni quindici minuti, familiari. O il portone di casa mia che alla prima pioggia si inceppa, sempre, da trent’anni forse.

Allora ogni tanto, in questa altalena di sensazioni, mi viene voglia di tornare a viverci, di tornare a casa. In un posto forse più semplice e genuino ma dove credo non mi sentirei più a mio agio, per mille motivi.

Entro al bar, sono quasi le sei del pomeriggio adesso. Ci sono solo uomini di mezz’età. Mentre aspetto i caffè mi sento osservata. Sorseggiano una birra, un amaro, chiacchierano. Ogni tanto mi guardano di sottecchi. Mi sembra una scena un po’ retrò.

Ripenso a questa idea un po’ stramba di tornare e ci ripenso: no, resto dove sono. Che si va avanti, non indietro.

 

(Foto: Le Vie dei Tesori)


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