Un lucchetto deve avere la chiave
Io al Belvedere ci sono cresciuta, come tutti quelli della mia generazione. Oggi no, gli adolescenti si incontrano in luoghi a me sconosciuti, hanno posti di ritrovo che mi suonano estranei. Per noi c’era il Belvedere.
Era lì che ci vedevamo, era lì che si andava per incrociare quello che ti piaceva. Era lì che ho detto sì al mio primo fidanzato, lì che passeggiavamo io e lui, lì che sulle panchine nascoste dalle siepi cercavamo un po’ di quella intimità timida e acerba da ragazzini.
Stamattina, andando a camminare, ho visto un lucchetto nella ringhiera del Belvedere. Mi è sembrato di ritrovare un pezzetto della mia adolescenza, di quell’amore ingenuo e incosciente dei quindici anni. Ho immaginato due ragazzini che si giurano amore eterno con un lucchetto e mi sono stupita del loro candore, oggi che pensiamo vivano di social e trap.
Poi ho guardato meglio. “Io sono tua”. “Tu sei mio”. C’è scritto proprio così, su quel lucchetto. E ho avuto paura. Per loro. Per questi ragazzini che non sanno distinguere l’amore dal possesso, l’innamoramento dal desiderio di appropriarsi di un’altra vita.
E qualcuno dovrebbe spiegarglielo. Dovrebbe spiegarglielo che i lucchetti sono carini, che Moccia ci ha costruito una fortuna, che fanno tanto per sempre. Ma dovrebbe spiegare loro anche che amarsi non significa possedersi a vicenda, mai e ancora meno alla loro età. Che i lucchetti devono sempre avere una chiave a portata di mano per non trasformare un amore in una gabbia senza scampo. Perché puoi fare tante cazzate, innamorarti e perdere la testa. Ma mai perdere se stessi.
Ma tanto io non ho figli, non posso capire…


